Gli indifferenti – Alberto Moravia

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“Quando Moravia cominciò a scrivere il suo capolavoro giovanile nel 1925, non aveva ancora compiuto diciott’anni. Intorno a lui l’Italia, alla quale Mussolini aveva imposto la dittatura, stava dimenticando lo scoppio d’indignazione e di ribellione suscitato nel 1924 dal delitto Matteotti e scivolava verso il consenso e i plebisciti per il fascismo. Il giovane Moravia non si interessava di politica, ma il ritratto che fece di un ventenne di allora coinvolto nello sfacelo di una famiglia borghese e dell’intero Paese doveva restare memorabile.”

Motore del senso narrativo è la titolazione: il titolo, sostantivato come per la maggioranza dei romanzi di Moravia, calza con nitore l’essenza del malessere che avvelena i due primi attori, e più in genere il loro ambiente sociale. Michele e Carla, figli dell’alto-borghese decaduta, Mariagrazia, sono sopiti nelle loro emozioni dal fastidio per una situazione che non cambia mai e che si svolge, nell’ipocrita stupore generale, secondo i soliti cliché. Il disinteresse per il teatrino messo su dai signori della Belle Epoque, che ha l’inutile utilità di affrancarli dalle turbolenze di fine Ottocento, li rende teatranti in un mondo di sinceri commedianti. Più che indifferenti, i nostri antieroi sono indolenti, Insofferenti. La trama è divagante e sbreccata: i personaggi errano, come privi di volontà propria, spinti dalla noia o all’esigenza di mostrarsi adatti alla vita. Le loro orbite si incrociano e poi abbandonano senza scontento, perché ogni relazione è fittizia, voluta dai falsi valori di benessere e piacere. Il romanzo annega in una tristezza che merita di essere vissuta.

Piano evolutivo, per la narrativa in esame, è lo scenario indefessamente urbanizzato di una metropoli dell’Italia fascista. Il predominio di Roma sul piano storico e la singolare suggestione che suscitava nell’animo di Moravia le fanno propendere l’identificazione; contributivi in tal senso sono dettagli ambientali quali il clima, mai troppo rigido, ed una rada vegetazione di soli platani. La spazialità acquisisce rilievo nella misura in cui le sue manifestazioni, anche paesaggistiche, dialogano coi protagonisti. In questo modo la vegetazione rionale, che circonda la villetta di Lisa (amica di Mariagrazia infatuata di Michele), diventa anch’essa personaggio, poiché confidente d’un Michele obnubilato dall’accidia, che le rivolge filiali sguardi indagatori. Un tondo di veduta diviene incarnato del riflesso del giovane, che si riosserva estraneo e che poi, passa a interrogare le strade del circondario, come a volersi appellare ad un mondo in cui sa esistere una realtà più vera di quella a cui è stato abituato. Contraltare alla fuga ispirata dalla periferia, è l’apnea indotta dagli interni, ormai assuefatti alle consuetudini. Castigo per questi borghesi ostinatamente stanziali è l’essere vagabondi persino nelle proprie case; così il peregrinare per vestiboli e sale da pranzo, diviene una logorante mansione ritualistica. La spastica presentazione degli ambienti, ogni volta descritti come fossero inediti, impone al lettore il senso di superfluità quotidianamente vissuto dai personaggi.

La narrazione ruba, in totale, sole quarantottore all’autunno perenne di casa Ardengo, dove tutto è ingabbiato in un progetto senescente; nei detti giorni le tensioni, sino ad allora soffocate, aberrate in un sistema di sofismi, evolvono in azioni che vorrebbero essere risolutrici. La loro mesa in atto si presenta in sequenze estrinseche alla pedanteria di quelle domestiche. Tra le mura della villa, il tempo è scandito dallo spostarsi di stanza in stanza, e i pasti, dato l’impianto teatrale del romanzo, sono come chiusure di sipario.

La trattazione agglomera multiformi tematiche, afferenti alla dissoluzione morale della borghesia del primo decennio fascista. Dai valori viziati dalla spettacolarità, ambita nei primi del novecento, nascerà il partito fascista, e potrà aversi la dittatura.

Personaggi principali: Gli esigui ospiti della narrazione, che sonnecchiano le solite vaghezze nei salotti di Villa Ardengo, si dispongono su due fronti precipui, collimanti con le differenti età. Difatti, Michele e Carla, colti nel fiore della loro giovinezza, soffrono speculari inadeguatezze all’ambiente familiare. Sono refrattari all’artificiosità di una società di vanesi che, come Mariagrazia, guardano all’ostentazione come stile di vita; ma la loro non è una ritrosia cosciente, quanto un’estraneità involuta e sottocutanea che li pressa nell’inerzia: la cui lotta sarà topos del racconto.

Fam. Adengo:

Michele: Ventenne solipsista, che fa vivere gli altri nella sola sua ossessione del giudizio. Figlio minore di Mariagrazia, occupa l’alveo minore d’una famiglia anaffettiva e, questa veste d’osservatore censorio, consentitagli dall’acerba giovinezza e dal giudizio d’inettitudine che gli perviene da ogni altro personaggio, lo rende, a mio avviso, la figura di maggior rilievo. L’ossessiva analisi di sé in relazione alla mutevolezza del mondo, fa sì non vada oltre la spessa cortina di speculazioni sulla sua accidia, ma la cronicizzi sino a farcisi accompagnare alle soglie della follia. Le porzioni più terse della sua coscienza si arrendono ad una sadica ostinazione auto-analitica che lo svilisce e che, gli fa vivere la realtà come convenzione a cui uomini e donne convenzionali sono naturalmente predisposti, ma in cui lui è stato buttato inadatto, congenitamente avverso all’azione e, perciò, privo di un fine che non sia quello di compiacersi negli altri. Vive, nel come si dovrebbe vivere, ricalcando le aspettative che si augura gli altri depongano in lui. Il rifiuto ematico dell’esteriorità gliene rende schiavo, e sottolinea l’ipocrisia della sua vanità.

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la tela nu allongé au tapis rouge, degli inizi del ‘900, utilizzata come copertina delle prime edizioni del romanzo.

Carla: Colei che più di tutti si crede attenere al titolo della realistica finzione; tant’è che nella mia edizione del romanzo, una figura di Vallotton che la dovrebbe rappresentare, gli sottostà. Nemesi del fratello, sostituisce lo psicotico dialogo interiore con la flemmatica azione distruttrice, distruttrice dell’equilibrio fievole e, delle pedine che lo sollecitano con le loro azioni stupide. Ha deciso che, giacché è necessario cambiare, cederà alle sporche lusinghe di Leo, che è amante della madre e ormai suo quasi-patrigno, e che dispone degli altri personaggi come di molte figurine, usandoli a suo piacere aberrando il verso agnostico dei loro motori; ma nel rapporto con Carla sarà anche lui a venir sfruttato, perché possa con lei asservirsi a un disegno più grande, che prescrive la distruzione del microverso sovradimensionato tenuto assieme da Mariagrazia. Tutto ciò, non perché brami di far del male a se e a sua madre, ma perché non c’è alternativa. La sua sovversione non riguarda le sciocche azioni, irritanti per Michele, che si consumano libidinosamente nelle loro sale da pranzo e di cui lei è, in realtà, parte; quanto la noia che ne risulta e che le rende indigesta la tridimensionalità dello spazio, e l’ordinarietà del Mondo, che compone persino le Sue rarità degli elementi soliti. Nel teatro alto borghese lei sa ben recitare, per quanto irritata; e con la diplomazia di chi ha tanto sofferto di sé, e si arrocca nell’individualismo, sottostima l’esistenza che è fuori di lei, e decide di non poter soffrire per un mondo che la tocca solo parzialmente. Così, come chi la da vinta ad uno sfidante troppo inetto, lei, scende a patti con la vita; tra le ultime pagine del libro asserisce, infatti, di voler cedere alla nuova volontà di Leo: il matrimonio.

Mariagrazia: Resa chiaroscurale dello stereotipo di ricca dama dalle poche idee, miope alle prospettive che si conducono dal centro della sua vita mondana, unico tassello che possa cogliere, più o meno, chiaramente. A causa della vista limitata sul fenomenismo profano, è meno solipsista dei figli, ma egualmente egoista. Persa nelle sue faccende salottiere, rimane istupidita dagli eventi che dimostrino avere genesi anche fuori dai modi complimentosi dei suoi pranzi. Avviene, per carità, anche litighi, o si vendichi, ma tutto secondo un assurdo codice di rispettabilità (che fa si, per esempio, sia amica di Lisa, pur sostenendo instancabilmente di detestarla); persino le cose più estrinseche a questo zelo, sono o dentro o fuori i suoi contorni: non c’è quindi modo di liberarsene. Lei, perché stupida o intenzionalmente ottusa, accetta e mantiene questa compagine; Carla e Michele, rappresentanza di tutta una generazione, sono invece vittime di paradigmi imposti, a cui sono stati educati, ma che rinnegano la loro natura. Il convergere delle sub-narrazioni insufflate da Moravia in ogni dettaglio, anche ambientale, del romanzo, finisce per indicare Mariagrazia come auriga della bizzarria. Ci troviamo, quindi, ad avere come carnefice, l’unico personaggio non mosso da fini occulti.

Leonardo Merumeci: Figura primattoriale oltre misura, è imparziale nel dispensare raggiri da cui nessun personaggio, lui compreso, si preserva. Mariagrazia è l’unica a crederlo leale; ne decanta la simpatia, che è però quella calcolata dell’affabulatore seriale. Gli altri personaggi, dal loro canto, se non hanno ben capito il suo gioco, hanno almeno coscienza del suo agire malevolo. Non si deve, tuttavia, immaginare un personaggio che agisca per fini del tutto consci e di matematico profitto, quanto un uomo mosso da istinti che, da animale qual’è, non mette a tacere; ma insegue febbrilmente per una scena tanto vasta quanto è esigua la sua remora etica. La brutalità interiore affiora all’esteriorità, come nel più autentico realismo, lasciandoci  la descrizione di uomo scoperto dalla calvizie incipiente, ma dal volto spesso tinto, per l’eccitazione, da un rosso gonfiore che sembra debordare dagli occhi esaltati. Ad alterarlo sono più frequentemente allettamenti di natura sensuale ed economica; così Leo Merumeci illude madre e figlia per avere la casa di una e la verginità dell’altra. Il fare da padrone nella villa, che già vede sua, svilisce Michele che con lui si allena al sentimento dell’odio, nel tentativo di superarvi l’abulia. La rabbia del giovane serve, però, a dissimulare un inaccettabile affetto per il discutibile supplente della figura paterna; prova di ciò sono il fallimentare lancio del posacenere e l’assassinio, tentato con un revolver scarico.

Editore Bompiani – Pagine 432 – Formato cartaceo – Ebook

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